Stefano Cucchi, dopo 9 anni carabiniere imputato ammette il pestaggio: “Picchiato da due colleghi”

Svolta nel processo sulla morte del giovane geometra romano. A rendere nota la nuova accusa è il pm Giovanni Musarò, che ha parlato di una denuncia del carabiniere Francesco Tedesco, imputato nel processo. Tra luglio e ottobre, il militare è stato sentito tre volte dai magistrati: secondo la sua ricostruzione, il giovane fu picchiato da Alessio Di Bernando e Raffaele D’Alessandro. Scomparsa l’annotazione di servizio nella quale raccontava quanto accaduto. La sorella Ilaria: “Il muro è abbattuto. Ora sappiamo e in tanti dovranno chiedere scusa”

Crollano 9 anni di silenzi sulla morte di Stefano Cucchi. La svolta su quanto accaduto nella notte del 15 ottobre 2009 dopo il fermo del giovane alla periferia di Roma arriva grazie a uno dei carabinieriimputati nel processo. “Fu pestato da Alessio Di Bernando e Raffaele D’Alessandro“, ha scritto in una denuncia presentata a giugno Francesco Tedesco, pure lui imputato nel procedimento che vede accusati 5 militari. Lo stesso Tedesco, Di Bernando e D’Alessandro devono rispondere di omicidio preterintenzionale, mentre Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia“Il muro è abbattuto”, è stato il primo commento di Ilaria Cucchi, sorella del geometra di 31 anni, deceduto una settimana dopo il fermo all’ospedale Pertini.

La denuncia e le verifiche dei magistrati
A svelare la svolta nel caso è stato il pm Giovanni Musarò durante un’udienza. Il pubblico ministero ha rivelato come, il 20 giugno scorso, Tedesco abbia presentato una denuncia in procura sulla vicenda, a seguito della quale, tra luglio e ottobre è stato sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio“. Sulla base di questo atto, Musarò ha detto che è stato iscritto un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale lo stesso Tedesco ha reso tre dichiarazioni.

“Nicolardi sapeva tutto”
“In sintesi – ha aggiunto il pm – ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto“. I successivi riscontri della procura hanno portato a verificare che “è stata redatta una notazione di servizio – ha detto il pm – che è stata sottratta e il comandantedi stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

L’avvocato di Tedesco: “Allontanò i colleghi. Poi costretto al silenzio”
Come spiega l’avvocato difensore di Tedesco, Eugenio Pini, “gli atti dibattimentali e le ulteriori indagini individuano nel mio assistito il carabiniere che si è lanciato contro i colleghi per allontanarli da Stefano Cucchi, che lo ha soccorso e che lo ha poi difeso”. “Ma soprattutto – continua – è il carabiniere che ha denunciato la condotta al suo superiore ed anche alla Procura della Repubblica, scrivendo una annotazione di servizio che però non è mai giunta in Procura, e poi costretto al silenzio contro la sua volontà. Come detto, è anche un riscatto per l’Arma dei Carabinieri perché è stato un suo appartenente a intervenire in soccorso di Stefano Cucchi, a denunciare il fatto nell’immediatezza e a aver fatto definitivamente luce nel processo”.

La sorella Ilaria: “Muro abbattuto”
“Processo Cucchi. Udienza odierna ore 11.21. Il muro è stato abbattuto”, scrive in un post su Facebook Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, da sempre in prima linea per chiedere di stabilire la verità sulla morte del 31enne, deceduto una settimana dopo il fermo mentre era detenuto all’ospedale Pertini di Roma. “Ora sappiamo – aggiunge- e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano a alla famiglia Cucchi”.

L’arresto e il ricovero. Poi la morte al Pertini
Il 31enne romano venne arrestato il 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, nella Capitale, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportarono in caserma con loro e lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminaree parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l’arresto, fissando una nuova udienza. Ricoverato al Pertini, Cucchi morì una settimana dopo.

La testimonianza del padre: “Sembrava marine in Vietman”
“Come è possibile che un ragazzo muoia in quel modo nell’ambito dello Stato? Quando l’ho visto, all’obitorio, non sembrava Stefano… ma un marine morto in Vietnam con il napalm”, aveva raccontato a luglio in aula Giovanni Cucchi, padre di Stefano, sentito come testimone. “Dopo l’arresto, non appena ci dissero che era al Pertini, noi andavamo tutti i giorni in ospedale, senza riuscire a vedere Stefano né ad avere notizie su di lui ma il fatto che stesse lì per noi era motivo di conforto – aveva aggiunto – perché anche se la situazione ci preoccupava era in mano ai medici e questo ci faceva pensare che lo avrebbero aiutato. Quel giovedì in cui ci hanno chiamato per dirci che era morto è stato uno shock”.

Il militare che fece riaprire processo: “Immensa soddisfazione”
Di “immensa soddisfazione” a cui la famiglia Cucchi “aveva diritto” parla Riccardo Casamassima, il carabiniere che ha fatto riaprire il processo. “Mi è venuta la pelle d’oca nell’apprendere la notizia. Tutti i dubbi sono stati tolti. Signora Ministro io sono un vero carabiniere”, scrive su Facebook il militare che raccontò di aver saputo quanto era accaduto e che ha confermato in aula la sua ricostruzione. “L’Italia intera ora aspetta i provvedimenti che prenderà sulla base di quello che è stato detto durante l’incontro. Sempre a testa altaBravo Francesco da quest’oggi ti sei ripreso la tua dignità“, aggiunge riferendosi al racconto di Tedesco.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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